> Cenni storici del territorio che ospita le aziende associate ad Agria

 

Origini e primi insediamenti abitativi

Le tre aziende promotrici di questa pubblicazione ben si inseriscono in un contesto territoriale, quello delle Valli del Torre e del Cornappo, ricco di tradizioni, di vita popolare, che si sono mescolate assieme ai diversi eventi storici e vicissitudini che hanno caratterizzato il comprensorio regionale.
Le realtà produttive in seguito descritte, sono ospitate in due centri abitati che si collocano a ridosso dei primi dolci rilievi che si collegano con la pianura.
Ramandolo, piccolo borgo di Nimis, è rinomato per il vino dolce denominato proprio Ramandolo, che si coltiva oltre che nell’area del comune di Nimis, anche sulle vicine colline di Tarcento, vale a dire quelle di Sedilis e della riviera di Coia. In questa zona appartenente alla Valle del Torrente Torre, percorsa dall’omonimo corso d’acqua, vi sono testimonianze della presenza dell’uomo fin dall’epoca preistorica, precisamente nell’età tardo neolitica e nell’età del bronzo. In questa fase nella zona tra Qualso e Nimis, nell’area antistante a Grandinis, sorgeva un laghetto e nei suoi pressi vi si insediò un villaggio palafitticolo, come attestato dai reperti archeologici rinvenuti durante alcuni scavi (alcuni pali con estremità appuntita, frammenti di piatti e ciotole in legno, strutture a forma di pale e di remo, schegge appuntite di selce, sassi arrotondati). E’ chiaro come nel corso dei millenni torrenti come il Torre ed il suo affluente Cornappo abbiano permesso alle popolazioni che si sono insediate nelle vicinanze delle sponde, di ricavare risorse fondamentali per la loro sopravvivenza, dalle pietre e il legname per la costruzione delle case, all’acqua per gli usi domestici, energia grazie alla costruzione di mulini per la macina del granoturco, ad una fonte di cibo grazie ai pesci che popolano i loro fondali. Inoltre i terreni alluvionali di Tarcento e Nimis hanno favorito la coltivazione e lo sviluppo dei cereali,  degli alberi da frutto, della viticoltura, mentre i boschi fitti di vegetazione ospitavano una ricca selvaggina, nonché ghiande per l’allevamento dei suini. Non a caso il toponimo di Nimis deriva dal latino “nemus”, bosco, proprio per la vegetazione lussureggiante della zona; il vocabolo fu coniato probabilmente dalle popolazioni celtiche giunte dalle Alpi quattro secoli a.C..
Anche l’abitato di Attimis conserva, nella grotta “del Ciondar des Paganis”, che si trova nei pressi di Poiana (frazione di Attimis), un’importante testimonianza della presenza dell’uomo preistorico in questa area collinare precisamente appartenente all’età del Bronzo tra 2000 e 1500 anni fa, come testimoniato dai reperti archeologici rinvenuti al suo interno e comprendenti strumenti in selce (probabilmente risalenti alla fine del periodo Neolitico, tra 3000 - 2000 anni fa), frammenti di ceramica ed ossa di animali.
Si è ipotizzato che la grotta venisse usata per la sepoltura dei defunti e successivamente come rifugio per  i viandanti che percorrevano la zona verso la palafitta eretta tra Savorgnano e Qualso nei pressi di un lago oggi scomparso.

Dai Romani ai Longobardi

Testimonianze della civiltà romana in questa area è rappresentata dai resti di un “castrum nemasum”, con buona probabilità rappresentato da una struttura fortificata rinvenuta nei pressi di Nimis; alcuni ritrovamenti fanno pensare alla presenza di insediamenti anche nei pressi di Attimis. Con la presenza romana, si assiste ad una organizzazione razionale del paesaggio agricolo, attraverso la centuriazione, che prevedeva opere di bonifica ed ingegneria civile che coinvolse tutta la pianura fino ai piedi delle colline; questo mutamento portò un aumento significativo della popolazione delle valli per il gran numero di coloni inviati da Aquileia.
Allo stesso tempo l’opera di ampliamento della viabilità migliorò i commerci con le zone oltre le Alpi, come attestato dalla presenza di un tracciato di strada che collegava Aquileia al Norico (attuale Austria) scoperto nel 1888 dallo studioso Valentino Ostermann; questo cambiamento favorì anche la diffusione della viticoltura e l’esportazione del vino verso le zone transalpine.
Successivamente, con il crollo della struttura militare romana, l’organizzazione agricola della centuriazione perde di importanza e si assiste ad un impoverimento generale delle condizioni di vita.
L’alimentazione si modifica, a causa dell’abbandonano di alcune colture di pregio come il frumento a favore di prodotti meno esigenti come colza orzo, segala, miglio, ma che assieme alla pesca, la frutta e la caccia mantengono vario il tipo di nutrimento disponibile.
Dopo che le terre di queste valli furono preda delle invasioni dei Goti e delle scorribande di Attila la Chiesa acquisisce potere costituendo le pievi, un nucleo di aggregazione sociale diffuso in tutta la regione, come testimonia la presenza dell’antica Pieve di Nimis. Fu la successiva discesa dei Longobardi ad indurre un mutamento nel tessuto sociale e agricolo in quell’epoca così incerta. Si costituirono le “curtis”, aziende che producevano parte per il padrone, parte per il contadino, il quale però doveva prestare anche servizio militare e contribuire fiscalmente. Nella curtis vi era la casa padronale, con magazzini, frantoi, cantine, filatoi per la tessitura della lana, le abitazioni dei servi, le terre censiles (Contributi per la storia del paesaggio nel FVG, 1980).
In uso era, al tempo dei Longobardi, la regola della “hospitales”  la quale prevedeva che i possedenti delle terre (il Re, i Duchi e altri poche figure) assorbissero un terzo del reddito generato dalla curtis.
L’ambiente che circondava gli abitati della Val del Torre era caratterizzato da colline ricoperte da castagneti, boschi, faggeti ed astalati (selve forse destinate alla produzione di pali per viti) e la coltura della vite era a sua volta  assai diffusa.
 

Dall’epoca Patriarcale alla Serenissima

Dopo la caduta dell’impero longobardo, si successe la dominazione dei Franchi, per poi assistere al consolidamento del potere del Patriarca di Aquileia grazie alle concessioni in termini di giurisdizioni, fatte dall’Imperatore del Sacro Romano Impero Ottone I. I possedimenti terrieri si concentrarono in gran parte nelle mani degli enti ecclesiastici  mentre i piccoli e medi coltivatori lavoravano le terre del clero in cambio di protezione, devolvendo loro un decimo del raccolto.
Questi possedimenti definiti “mansi”, affidati dai nobili proprietari ad un’unica famiglia contadina prevedevano che una parte del terreno fosse coltivata a cereali, una a prato, una incolta e a bosco.
Accanto al maso vi era la braida e il bayarzo: unità localizzate in prossimità delle case o nelle immediate vicinanze, recintate e coltivate con ortaggi e legumi ma di sovente anche con impianti di vite in promiscuità di altre colture. La vite veniva allevata in filari e sostenuta da alberi e tra un filare e l’altro si estendeva l’aratorio occupato da colture orticole e legumi. Le distanze tra i filari venivano tenute larghe per prevenire i fenomeni di ombreggiamento e per il timore di un eccessivo impoverimento del suolo (Panjek,1992). In questi terreni di modeste dimensioni i contadini riuscivano a trarre fonte di sostentamento in quanto difficilmente rientravano nei censi  dovuti ai signori.
Dagli elenchi dei censi (tributi in natura che i massari davano ai signori) è possibile ricostruire i prodotti agricoli del tempo: in prevalenza frumento, poi miglio, avena, uva (e vino), rape… Un modesto apporto proteico e di grassi veniva assicurato dalla carne proveniente da animali da cortile e maiali.
Nelle zone più alte, a carattere montagnoso, l’asprezza del territorio associato alla scarsa fertilità del suolo, permettevano alle popolazioni insediatisi nel corso degli anni di sopravvivere grazie ai pascoli (si praticava la monticazione estiva) e all’esbosco di legname (C.G. Mor, in Contributi per la storia del paesaggio nel FVG, 1980).
Dal XV° secolo il territorio friulano passa sotto la dominazione della Repubblica Veneta che si assicurò in questo modo il controllo delle grandi vie di comunicazione che dal nord scendevano a sud; le condizioni di vita della gente peggiorano sempre più a causa dello stato di arretratezza in cui il governo della Serenissima lasciò il Friuli, accomunato quest’ultimo da un’impronta feudale, accompagnato costantemente da carestie, epidemie ed eventi bellici. Il dominatore veneto poté attingere dalle terre conquistate derrate alimentari, legname dai boschi delle colline e delle montagne, per consolidare l’arsenale navale nonché imporre tasse ed imposte che non tenevano conto dello stato di miseria in cui risiedeva la regione. Alla fine del ‘500 si è ancora ancorati al vecchio sistema dei due campi, uno produce cereali e l’altro riposa (a maggese), con un certo numero di filari d’uva; al padrone vanno frumento e vino, per l’autoconsumo vi sono segala,miglio, fave, rape fagioli, orzo, sorgo. Il mais entra nell’alimentazione comune dei ceti rurali e popolari alla metà del XVII° secolo (sotto forma di polenta e di pane), e viene inserito in un sistema a tre campi: una parte a mais e due a cereali (ad esempio frumento), attorniati da filari di vite, mentre le altre colture (miglio, rape, grano saraceno saggina) venivano seminate dopo i cereali principali.
Per quanto riguarda la vite come ricordato da T. Fanfani in Contributi per la storia del paesaggio nel FVG, era assai diffusa lungo tutto il comprensorio collinare e il vino rappresentava un importante prodotto esportato sia verso il Veneto che verso l’Austria. Il livello qualitativo medio non doveva essere molto elevato in relazione alle semplici tecniche di vinificazione in uso all’epoca. Vi era però al tempo qualcuno come Antonio Zanon che cercò nel ‘700 di promuovere una migliore attenzione e cura alla coltura della vite regionale che sempre secondo lui nulla ha da invidiare con quella della Francia in relazione alle caratteristiche climatiche e del suolo ritenute simili; egli scrive in alcune lettere pubblicate in Venezia: <ma non è difetto né del clima né delle terre del Friuli se i prodotti di essi non equivalgono a quelli di Francia; ma della pigrizia bensì e trascuraggine dè Friulani> (A. Calò, 1991).
Lungo tutto il XV° secolo ricorda Cammorasano, <non appare evidente la classificazione qualitativa dei vini; i registri indicano alcune distinzioni tra colori “(albo, bianco, chiaro, negro, vermiglio), fra i sapori (muscato, dulcis, amaris), gli stadi di invecchiamento (maduro), …, le qualità e i tipi (si accenna a vino da pasto e si specificano il pignolo, il rafosco, l’orello, il cadic)>.
Come scritto da Panjek, <Il vino è sempre stato importante in Friuli come componente della rendita fondiaria, come bevanda di valore energetico, come fonte di pubbliche entrate.>  Non a caso prosegue lo storico, sotto la dominazione veneta, <la Repubblica dovette ricorrere con frequenza all’imposizione di addizionali sui dazi per rinvigorire le proprie entrate … e indussero ad estendere anche fuori Udine il dazio del vino a spina… a fine ‘700, in alcune comunità e giurisdizioni vi erano tuttavia forme di tassazione del consumo a favore delle comunità stesse; per esempio a Nimis avevano istituito l’imposta di un soldo per boccale per il riattamento delle strade e del ponte di pietra sopra il torrente Torre>.

Dalla dominazione asburgica alla Prima Guerra Mondiale

Dopo la parentesi napoleonica, l’intero Friuli passò sotto la dominazione Asburgica.
Gli austriaci si limitano a controllare in maniera ordinaria il territorio regionale senza favorire però la costruzione di importanti opere pubbliche di natura infrastrutturale necessarie per avviare un processo di sviluppo economico allineato ai tempi e scoraggiando qualsiasi iniziativa di tipo imprenditoriale (E. Sommariva, 1985,  gente e territorio delle Valli del Torre).
In questa fase storica vengono aboliti  i feudi, i titoli nobiliari, alcuni privilegi della Chiesa, ma il tenore di vita della popolazione meno abbiente non migliora anche a causa delle continue guerre tra francesi e austriaci.
Grazie all’evolversi delle scoperte scientifiche però, vengono introdotte delle novità tecnico-colturali in campo agricolo come i nuovi aratri in ferro in grado di ribaltare completamente la zolla rispetto ai precedenti che ne consentivano solamente lo scasso del terreno e soprattutto nuovi criteri di rotazione delle colture che permisero un più completo ed efficace uso del suolo. Questa fase innovativa coinvolse nel XX° secolo anche la viticoltura come scrive Barbina e Battigelli in Contributi per la storia del paesaggio nel FVG: <i vigneti, con la elevatissima quantità di vitigni che caratterizzava l’agricoltura friulana, improntavano il paesaggio agrario delle alture attorno a Tarcento, Nimis, e nel Collio intero, dove i terreni arenaceo- marnosi garantivano alla vite condizioni ottimali: il vigneto si estese di anno in anno, sostituendosi gradualmente ai fitti boschi cedui, di querce, castagni e robinie, che macchiavano di verde questa vasta area pedemontana>.
Ed ancora: <il ronco arborato vitato si andava estendendo con faticoso lavoro di dissodamento su tutte le superfici esposte al sole, relegando il ceduo sui pendii troppo ripidi e nei versanti ombrosi>.
Le epidemie di crittogama rallentarono lo sviluppo progressivo della viticoltura ma il problema fu superato con la sostituzione dei vitigni ammalati con quelli americani; altre colture circolavano tra i mercati locali, e cittadini, tra cui il mais, la segala, l’avena, i fagioli, le patate, la barbabietola, le mele e diversi ortaggi.
Nella descrizione agli inizi del ‘900 della zona di Nimis Musoni (in sulle condizioni delle Prealpi Giulie) scriveva che <i fagioli crescevano nella zona collinare e pedocollinare, associati al granoturco, se rampicanti, oppure tra i filari delle viti se varietà nane. Buone erano anche le produzioni di patate con una media di 2855 q per ettaro nel 1907. La produzione di gelsi per l’allevamento del baco da seta non era largamente diffuso nel comune di Nimis, mentre la produzione di castagne (marroni, castagne comuni) era di tutto rispetto.
Parallelamente piccole attività industriali iniziavano ad emergere, come attestano le prime distillerie dislocate nelle valli tra cui quella di Nimis, che contava anche tre latterie, due delle quali sociali cooperative mentre la terza turnaria. Questo progresso però si arrestò con i primi sentori dell’avvento della Prima Guerra Mondiale, comportando un fenomeno emigrativo verso l’estero e l’Italia dovuto alla disoccupazione e alla miseria, seguito da un gran numero di vittime e distruzione che coinvolse i centri abitati e il paesaggio rurale. 
Tra le risorse naturali della Comunità della Val del Torre vi era e vi è tutt’oggi l’argilla ricavata dai sedimenti flyscoidi distribuiti lungo l’apparato collinare ed utilizzata per la costruzione di mattoni e coppi per l’edilizia. Le fornaci e le cave di pietra diedero anch’esse un contributo importante per le attività estrattive della zona fin dai tempi più antichi, come attestano i ritrovamenti di antiche fornaci databili in epoca romana e rinvenute nei pressi di Attimis.
 

Dalla Seconda Guerra Mondiale fino ad oggi

Ripresasi con difficoltà dal Primo Conflitto, con l’occupazione da parte dei tedeschi e degli austriaci dopo la disfatta di Caporetto, le terre della valle furono testimone di una massiccia emigrazione.
La Seconda Guerra Mondiale colpì duramente il territorio delle Valli del Torre come tutto il comprensorio regionale durante la quale Nimis, assieme a Faedis e Attimis, si vide protagonista della costituita Zona Libera del Friuli Orientale; durante i vari eventi che si susseguirono l’abitato di Nimis fu oggetto dell’occupazione di un numeroso contingente di cosacchi mercenari, inviati dai tedeschi per arginare le forze partigiane ed infine da un incendio che distrusse quasi completamente il paese.
La prima fase che va dal dopoguerra agli anni settanta vede l’esodo delle genti della montagna e dell’alta collina verso l’estero, lasciando che l’abbandono dello sfalcio dei prati lasci spazio ai boschi. Nella seconda parte degli anni settanta l’attività industriale e artigianale riprende lo sviluppo assieme ad un’evoluzione del settore agricolo con l’inserimento di colture di pregio quali la viticoltura. <Con la legge 29 che la regione emana nel 1963 in favore di chi desidera procedere a nuovi vigneti; i <ronchi > si riempiono di vigne; la meccanizzazione è totale e modernissima, sia in campagna che in cantina; la scelta della qualità diventa filosofia di vita> (W. Filiputti, G. A. Benvenuto, 1983).
Nel 1976 il terremoto portò nuovamente desolazione e distruzione anche a Nimis sconvolgendo la vita economica e sociale del suo territorio ma in pochi anni il paese è stato ricostruito e nuove aziende si sono insediate riconsolidando così il tessuto sociale. 
Tutti questi secoli costellati da invasioni, occupazioni e guerre hanno portato a cicliche fasi di speranza, evoluzione tecnologica e distruzione nel mondo agricolo locale ed ogni volta, tra una  scorreria e l’altra la gente ha cercato di riprendere la sua strada e di portare sostentamento a queste terre martoriate.

 
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